La bella storia che arriva dal carcere di Monza: un progetto di volley per il reinserimento
Un papà e le sue due figlie volontari al 'San Quirico': allenano dal 2022 tutti i sabato una squadra formata da detenuti

Il corso di volley della famiglia Fanelli al carcere di Monza
Tutti i sabato mattina, dal 2022, alle ore nove la famiglia Fanelli, papà Francesco, con le figlie Alice e Milly, arrivano davanti all’ingresso della casa circondariale di Monza in via San Quirico. Il padre ha 55 anni e nella vita di tutti i giorni è un tecnico in un’importante multinazionale, la figlia maggiore, Alice, di anni ne ha 25 e ha una laurea in Scienze Politiche, quella minore, Milly, di anni ne ha 20 ed è iscritta al primo anno di Fisioterapia a Milano.
Con loro hanno tuta da ginnastica, sacca con i palloni del volley per l’allenamento, passano i controlli, lasciano documenti e cellulari e varcano il pesante cancello d’ingresso. Per loro inizia una mattinata di allenamento con i detenuti del carcere di Monza: una dozzina di uomini tra i 20 e i 60 anni che partecipano al progetto ‘Liberi di giocare’.
Come è nata l'esperienza dei Fanelli nel carcere di Monza
Due anni fa, papà Francesco ha risposto ad una mail del Centro Sportivo Italiano, che rivolgeva un appello rivolto a tutte le società sportive milanesi per cercare allenatori disposti ad entrare in un carcere ed insegnare le basi del volley.
Mi sono reso disponibile e in casa ne ho parlato con le mie figlie. Erano entusiaste e mi hanno chiesto di venire con me. Ora il sabato mattina è per noi anche un momento per stare insieme.
Gli fa eco Milly:
Non conoscevamo la realtà carceraria se non per quello che si vede in tv o nei film. Solo per un attimo ho pensato “ma chi me l’ha fatto fare?”, ma poi incontri le persone, conosci le loro storie, vedi l’impegno che ognuno ci mette, l’entusiasmo con cui giocano la partita del sabato e ti dici che ne è valsa davvero la pena.
Noi alleniamo i detenuti della sezione Luce che non è il carcere duro: le loro celle sono aperte, le guardie non sono sempre presenti, ma osservano gli allenamenti dai monitor. Sono persone che stanno scontando condanne anche lunghe, ma hanno un’occupazione all’interno del carcere o anche all’esterno se sono verso la fine pena.
Conclude quindi Alice:
L’esperienza del carcere ti apre la mente. Capisci che non c’è solo il bianco o il nero, ma esiste anche il grigio. Basta ascoltare i racconti di queste persone per capire la loro sofferenza, il loro dolore. Qualche compagno dell’università resta spiazzato dalla mia scelta, ma quando racconto l’esperienza condividono il mio entusiasmo.

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